Data di Pubblicazione:
2018
Abstract:
Samar è una parola araba di difficile traduzione anche nella bella lingua italiana. Vuol dire rac-
contare parlando dolcemente alla notte, all’ombra della luna, con la maestria immaginativa di
cui era esperta Shahraza ̄d, ma anche le tante donne recluse che, con la voce, trovavano insie-
me salvezza e libertà. Samar vuol dire anche ascoltare, partecipare ad una festa notturna che
era una vera e propria cerimonia dell’ospitalità, durante la quale la famiglia riunita riceveva,
dallo straniero di passaggio, il dono della sua fantasia e i lontani echi di amori perduti e di in-
contri magici con la natura. Samar però è una parola non solo araba ma greca, romana, ebrea,
egiziana, insomma mediterranea, perché in tutto l’antico Mediterraneo raccontare e ascoltare
era il dono e controdono dell’ospitalità: lo sa il naufrago Ulisse, appena sbarcato nell’isola con
il suo gommone da rifugiati, che di notte dona alla Regina Arete le storie delle sue meravigliose
imprese di viaggio; e lo sa Eumolpo, che dona ai marinai che stanno per fare naufragio, la
storia di una Matrona, un po’ romana e un po’ asiatica, che sceglie la vita e l’amore al posto del
conformismo e della morte. Perché Samar, infine, vuol proprio significare ogni parola di libertà,
ogni parola che non si chiude nei pregiudizi e tantomeno alle frontiere. Essa è in viaggio e si
tinge di poesia, non solo la poesia dei poeti, ma la poesia dei popoli che ha incontrato, strug-
gente per la sua luce azzurra, quella luce che viene dal cielo e dal mare e di cui parla uno dei
più grandi poeti contemporanei marocchini, uno dei sostenitori dell’utopia politica di una civiltà
materna, meticcia e affabulatrice, in cui possa risorgere un nuovo umanesimo integrale e una
convivenza pacifica fra le culture e le società.
contare parlando dolcemente alla notte, all’ombra della luna, con la maestria immaginativa di
cui era esperta Shahraza ̄d, ma anche le tante donne recluse che, con la voce, trovavano insie-
me salvezza e libertà. Samar vuol dire anche ascoltare, partecipare ad una festa notturna che
era una vera e propria cerimonia dell’ospitalità, durante la quale la famiglia riunita riceveva,
dallo straniero di passaggio, il dono della sua fantasia e i lontani echi di amori perduti e di in-
contri magici con la natura. Samar però è una parola non solo araba ma greca, romana, ebrea,
egiziana, insomma mediterranea, perché in tutto l’antico Mediterraneo raccontare e ascoltare
era il dono e controdono dell’ospitalità: lo sa il naufrago Ulisse, appena sbarcato nell’isola con
il suo gommone da rifugiati, che di notte dona alla Regina Arete le storie delle sue meravigliose
imprese di viaggio; e lo sa Eumolpo, che dona ai marinai che stanno per fare naufragio, la
storia di una Matrona, un po’ romana e un po’ asiatica, che sceglie la vita e l’amore al posto del
conformismo e della morte. Perché Samar, infine, vuol proprio significare ogni parola di libertà,
ogni parola che non si chiude nei pregiudizi e tantomeno alle frontiere. Essa è in viaggio e si
tinge di poesia, non solo la poesia dei poeti, ma la poesia dei popoli che ha incontrato, strug-
gente per la sua luce azzurra, quella luce che viene dal cielo e dal mare e di cui parla uno dei
più grandi poeti contemporanei marocchini, uno dei sostenitori dell’utopia politica di una civiltà
materna, meticcia e affabulatrice, in cui possa risorgere un nuovo umanesimo integrale e una
convivenza pacifica fra le culture e le società.
Tipologia CRIS:
3.1 Monografia o trattato scientifico
Keywords:
educazione interculturale; mito; religioni naturali; principio materno
Elenco autori:
Marchetti, Laura
Link alla scheda completa: